Cronaca

Il legale contro il sit-in per il cardiochirurgo: ricordate cosa ha fatto a Domenico

Cartella clinica su un banco d’ospedale con stetoscopio e penna, sullo sfondo persone sfocate in corridoio
Cartella clinica e strumenti medici in corsia, simbolo del confronto tra cure e verifiche legali nel caso raccontato.

A Bologna, nelle ore successive al sit-in di alcuni genitori a sostegno del cardiochirurgo Guido Oppido, l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia di Domenico Caliendo, il bambino di quasi due anni e mezzo morto dopo un trapianto di cuore fallito, ha chiesto di non ridurre la vicenda a una questione di solidarietà verso il medico, richiamando il contenuto dell’ordinanza del gip e il nodo della falsificazione delle cartelle cliniche.

Il legale della famiglia Caliendo: “Non è un dettaglio”

Per Francesco Petruzzi, la posizione del cardiochirurgo avrebbe richiesto, già dopo la querela della famiglia, misure più severe rispetto alla sola interdizione. Il legale, commentando la manifestazione di sostegno a Guido Oppido, ha richiamato un passaggio dell’ordinanza in cui il gip parla di un “quadro di manipolazione della verità”, riferito — secondo quanto emerge dagli atti — alla presunta alterazione della documentazione sanitaria.

“Vorrei che chi manifesta per lui tenesse bene a mente questo aspetto”, ha detto Petruzzi, con parole nette, “perché non può essere considerato un piccolo particolare”. Il riferimento è alle cartelle cliniche di Domenico, al percorso terapeutico seguito dopo il trapianto e, più in generale, alla ricostruzione di ciò che sarebbe accaduto nei giorni decisivi. Una ricostruzione che, secondo la famiglia, resta segnata da troppe ombre.

Il sit-in dei genitori e la reazione dopo la protesta

Il sit-in si è svolto ieri, con la partecipazione di un gruppo di genitori che ha espresso vicinanza al dottor Oppido e dispiacere per il trattamento riservato al cardiochirurgo. Un gesto nato, nelle intenzioni dei presenti, anche dal rapporto costruito negli anni con il medico e dall’esperienza vissuta nei reparti pediatrici. Ma per la famiglia di Domenico Caliendo, quella manifestazione ha avuto un effetto doloroso.

Petruzzi lo ha spiegato senza giri di parole: “È un dolore grande per la mamma che ha perso un figlio vedere persone che, chiedendo il reintegro del dottore Guido Oppido, non mostrano nessuna sensibilità per la morte del piccolo Domenico”. Il legale ha insistito su un punto: prima della vicinanza personale a un medico, sostiene, dovrebbe venire la consapevolezza della gravità degli atti contestati. “Spero che queste persone capiscano”, ha aggiunto, lasciando intendere che la protesta, per la famiglia, arriva come una seconda ferita.

Le accuse sulla documentazione sanitaria

Al centro della vicenda ci sono le ipotesi investigative legate alla gestione del trapianto di cuore e alla successiva documentazione clinica. Secondo quanto riferito dall’avvocato della famiglia, il cardiochirurgo sarebbe stato “lasciato libero di tentare di falsificare i documenti e di condizionare e orientare i suoi colleghi”. Parole pesanti, che si inseriscono nel quadro delineato dall’ordinanza del giudice per le indagini preliminari.

La famiglia Caliendo-Mercolino ritiene che, dopo la querela, Oppido non avrebbe dovuto continuare a ricoprire il ruolo di medico curante del bambino. “Quantomeno doveva essere sospeso da quel ruolo”, ha spiegato Petruzzi, sostenendo che una misura più incisiva avrebbe potuto evitare ulteriori interferenze sulla ricostruzione dei fatti. In questa fase, va ricordato, le contestazioni sono al vaglio dell’autorità giudiziaria e ogni responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti.

La morte di Domenico e il nodo del 23 dicembre

Domenico aveva quasi due anni e mezzo quando è morto dopo un trapianto cardiaco che, secondo la prospettiva della famiglia, non avrebbe avuto l’esito atteso anche per scelte e omissioni successive all’intervento. Petruzzi ha citato in particolare la data del 23 dicembre, indicandola come uno snodo rilevante della vicenda: “A nostro avviso la morte del piccolo Domenico poteva anche essere evitata dopo il 23 dicembre”, ha affermato.

È su questo punto che la difesa della famiglia concentra una parte del proprio lavoro: verificare se, in quei giorni, vi fossero segnali clinici da interpretare diversamente, decisioni da assumere prima, controlli da approfondire. Non una battaglia contro un reparto, ha lasciato intendere il legale, ma la richiesta di chiarire cosa sia accaduto davvero a un bambino affidato alle cure di una struttura sanitaria. Per i genitori di Domenico Caliendo, oggi, la domanda resta la stessa: sapere se quella morte poteva essere evitata.

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