Riccardo Muti è tornato sabato sera all’Anfiteatro del Parco archeologico di Pompei, davanti a circa duemila persone, per dirigere l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini nella terza edizione di Beats of Pompeii 2026, con l’obiettivo dichiarato di portare la grande tradizione sinfonico-operistica italiana dentro un luogo simbolo della memoria nazionale e, soprattutto, accanto a una nuova generazione di musicisti.
Riccardo Muti a Pompei per Beats of Pompeii 2026
A pochi giorni dagli 85 anni, Riccardo Muti ha ritrovato il pubblico di Pompei dopo l’esibizione dello scorso anno, in una serata costruita attorno al rapporto fra musica, formazione e patrimonio culturale. L’ingresso nell’anfiteatro, tra le gradinate antiche e il brusio del pubblico arrivato già nel tardo pomeriggio, ha dato subito il tono dell’appuntamento: non una semplice replica, ma un ritorno atteso.
Il maestro ha guidato l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini con il passo misurato che gli è consueto, alternando concentrazione e brevi interventi rivolti alla platea. Ha raccontato i brani, ha ricordato episodi legati a Napoli, ha scherzato con i musicisti e, in più di un passaggio, ha richiamato l’Italia a una maggiore attenzione verso la propria cultura musicale classica. “Questa musica ci appartiene, ma non sempre la riconosciamo come dovremmo”, ha lasciato intendere dal palco, tra un sorriso e una pausa più severa.
Il programma tra Verdi, Puccini, Mascagni e Rossini
Il concerto ha attraversato alcuni capitoli centrali della tradizione sinfonico-operistica italiana, con un programma pensato come un percorso dentro oltre un secolo di repertorio. Sono risuonate le ouverture del Nabucco e de La forza del destino di Giuseppe Verdi, pagine che Muti conosce e frequenta da una vita, rese con una tensione asciutta, senza compiacimenti.
La serata è proseguita con gli intermezzi di Manon Lescaut di Giacomo Puccini, Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, brani familiari anche a chi non segue abitualmente la musica d’orchestra. Poi l’ouverture del Guglielmo Tell di Rossini, Contemplazione di Alfredo Catalani e la suite dal Gattopardo di Nino Rota, scelta che ha portato il pubblico verso un Novecento italiano legato anche al cinema. In quel momento, tra archi e fiati, l’anfiteatro è sembrato quasi cambiare passo.
Non sono mancati applausi lunghi, con diversi spettatori in piedi nei momenti finali. Molti giovani erano seduti nelle prime file, alcuni con spartiti sotto braccio, altri arrivati dai conservatori campani per seguire da vicino un maestro che continua a parlare alla loro generazione senza abbassare il livello del discorso.
Gli studenti dei Conservatori campani sul palco con la Cherubini
Il cuore del progetto, voluto dallo stesso Muti, è stato il coinvolgimento di circa cento studenti dei Conservatori della Campania, selezionati tra oltre trecento candidati. I ragazzi hanno affiancato a rotazione i musicisti della Cherubini, entrando tra i leggii per uno o due brani ciascuno: un passaggio breve, forse, ma sufficiente a misurarsi con disciplina, tempi e responsabilità di un’orchestra professionale.
Tra loro anche Teresa Porzio, 23 anni, violinista del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e attiva con l’Orchestra Musica Libera Tutti di Scampia, realtà che Muti ha più volte guardato con attenzione. Con lei, studenti provenienti dai Conservatori di Benevento, Avellino e Salerno, mentre nell’organico stabile della Luigi Cherubini figurano già tre musicisti campani. Una presenza non decorativa. Dentro l’orchestra, fianco a fianco.
“Ho voluto che i musicisti della mia orchestra lavorassero con gli studenti, senza distinzioni, perché la musica si impara soprattutto condividendo”, ha spiegato Riccardo Muti prima del concerto. Poi ha aggiunto: “Suonare insieme significa ascoltarsi, rispettarsi, assumersi una responsabilità comune. La musica significa concordia”. Parole semplici, dette senza enfasi, ma accolte con attenzione da chi era sul palco e da chi ascoltava.
Il cartellone di Pompei e le prossime date di Muti
Il concerto di Riccardo Muti ha rappresentato il nono appuntamento di Beats of Pompeii 2026, rassegna che alterna linguaggi diversi, dal rock al pop, dal jazz alla musica classica. La scelta di collocare un programma sinfonico-operistico dentro un cartellone così ampio conferma la linea del festival: fare del Parco archeologico di Pompei non solo un luogo di visita, ma anche uno spazio vivo, attraversato da pubblici differenti.
Il maestro proseguirà nei prossimi giorni con altri concerti costruiti sullo stesso principio formativo: il 20 luglio a Lucca e il 22 luglio a Ostuni, ancora con il coinvolgimento di allievi dei conservatori. È una strada che Muti porta avanti da tempo con la Cherubini, nata proprio per offrire ai giovani musicisti un confronto diretto con il repertorio e con il lavoro d’orchestra.
A Pompei, però, il messaggio ha avuto un peso ulteriore. Tra pietre antiche, leggii moderni e ragazzi chiamati a sedersi accanto a professionisti già formati, la serata ha tenuto insieme memoria e futuro. Muti, ancora una volta, ha scelto di farlo senza proclami: una bacchetta, un’orchestra, molti giovani. E la musica italiana al centro.





