La quinta sezione della Corte di Cassazione ha rinviato al 6 ottobre 2026, a Roma, il pronunciamento sui ricorsi presentati dopo le condanne emesse nell’ottobre 2024 dalla Corte d’Appello di Venezia nel processo sulla presunta infiltrazione della mafia casalese in Veneto, perché i giudici hanno disposto lo slittamento della decisione sui motivi di impugnazione.
Cassazione, decisione rinviata al 6 ottobre sui ricorsi
Il verdetto della Cassazione era atteso nell’ambito di uno dei procedimenti più rilevanti celebrati in Veneto sulla presenza di gruppi criminali riconducibili al clan dei Casalesi. La nuova data, fissata al 6 ottobre, tiene sospeso l’esito dei ricorsi contro la sentenza d’appello pronunciata a Venezia nell’ottobre 2024. In aula, secondo quanto emerso, il nodo resta quello della tenuta giuridica delle condanne e delle contestazioni mosse dalle difese.
Il processo riguarda la presunta operatività, nel territorio veneziano, di un gruppo malavitoso di origine campana con base a Eraclea, comune della provincia di Venezia. Un territorio di litorale, cantieri, turismo e attività economiche diffuse: proprio lì, secondo le ricostruzioni dell’accusa, si sarebbe radicata nel tempo una struttura autonoma collegata all’ambiente casalese. Un punto su cui, ora, dovranno pronunciarsi i giudici di legittimità.
Le condanne d’appello e le motivazioni in 3.287 pagine
In secondo grado la Corte d’Appello di Venezia aveva aggravato le pene stabilite dal tribunale veneziano il 5 giugno 2023, delineando nelle motivazioni — 3.287 pagine — il quadro dell’asserita organizzazione criminale attiva nel Veneto orientale. Non una semplice presenza episodica, secondo i giudici d’appello, ma un’articolazione capace di muoversi sul territorio con ruoli, relazioni e metodi riconducibili alla matrice casalese.
Le motivazioni depositate dopo la sentenza dell’ottobre 2024 ricostruiscono anni di indagini, rapporti tra imputati e dinamiche economiche locali. In base all’impostazione accusatoria, l’organizzazione avrebbe operato fino dal 2002, con una base stabile a Eraclea e collegamenti con ambienti criminali campani. Le difese contestano questa lettura e chiedono alla Suprema Corte di intervenire su diversi profili della decisione.
Luciano Donadio al centro del processo sulla mafia casalese in Veneto
Tra gli imputati figura Luciano Donadio, imprenditore edile, indicato dagli inquirenti come il capo dell’organizzazione di origine casalese attiva in Veneto. In appello è stato condannato a 41 anni e 4 mesi di carcere, pena poi ricondotta a 30 anni per l’applicazione del principio moderatore. A suo carico, secondo gli atti, vengono contestati 63 reati.
Donadio, difeso in Cassazione dall’avvocato Dario Vannetiello e nel giudizio di merito dall’avvocato Giovanni Gentili, è considerato dall’accusa il vertice di una presunta articolazione autonoma del clan dei Casalesi. La difesa, al contrario, ha sempre contestato la ricostruzione del ruolo attribuito all’imprenditore. Una posizione netta, ribadita anche attraverso le impugnazioni depositate davanti ai giudici romani.
Le impugnazioni della difesa e il nodo delle intercettazioni
L’avvocato Dario Vannetiello ha presentato 26 impugnazioni, denunciando anche una presunta violazione del diritto di difesa. Al centro del ricorso c’è il tema dell’utilizzabilità di un’enorme mole di intercettazioni raccolte nel corso di decenni di indagine. La difesa ne chiede l’esclusione, sostenendo che una parte rilevante del materiale captato non sarebbe utilizzabile nel processo.
Nel ricorso è stata sollevata anche una questione di illegittimità costituzionale della norma in materia di intercettazioni. Sarà la quinta sezione della Cassazione, il prossimo 6 ottobre, a valutare se accogliere o respingere i motivi presentati dalle difese. Solo allora si capirà se le condanne pronunciate a Venezia diventeranno definitive, saranno annullate o dovranno tornare davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello.





