Alla Maturità 2026, mercoledì 18 giugno, migliaia di studenti italiani si sono trovati davanti alla prima prova scritta con tracce dedicate, tra gli altri, a Cesare Pavese e Vitaliano Brancati. Ancora una volta, però, nessuna scrittrice è stata scelta per l’analisi del testo. E così torna una domanda che la scuola italiana si porta dietro dal 1999: possibile che in ventisette anni non sia mai arrivato il momento di un’autrice? Non è solo una polemica da social, anche se sui social è rimbalzata subito. È un interrogativo che riemerge ogni anno, tra corridoi, aule docenti e discussioni di chi la letteratura la insegna davvero.
Ventisette anni di prime prove senza autrici
Dal 1999, da quando la prima prova dell’esame di Stato prevede anche l’analisi di un testo poetico o narrativo, tra gli autori scelti dal ministero non è mai comparsa una donna. Mai Grazia Deledda. Mai Elsa Morante. Mai Natalia Ginzburg. Un’assenza ripetuta per quasi tre decenni, ormai difficile da liquidare come una svista. Sono cambiati governi, ministri, gruppi di lavoro, criteri e sensibilità.
Il risultato, però, è rimasto lo stesso: il canone che arriva sui banchi dell’esame continua a parlare quasi solo con voci maschili. “Non è una questione di quote, ma di rappresentazione”, ha fatto notare più di un docente nelle ore successive alla prova. Una frase semplice. Ma il punto è tutto lì.
Le tracce 2026: Pavese e Brancati, il nodo non è chi c’è ma chi manca
Alla Maturità 2026, gli studenti hanno lavorato su Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, due nomi solidi del Novecento italiano, presenti nei programmi e riconoscibili anche da chi ha avuto un percorso scolastico non sempre lineare. Il problema, però, non è il valore degli autori scelti. Pavese resta centrale. Brancati è una voce netta nel racconto dell’Italia del suo tempo. Il punto è un altro, più scomodo: chi resta fuori, anno dopo anno.
In molte scuole, dopo l’apertura dei plichi, il commento è stato più rassegnato che sorpreso. “Ancora nessuna autrice”, ha detto una professoressa di lettere davanti al cancello di un liceo romano, mentre gli studenti uscivano alla spicciolata dopo mezzogiorno. Non stupore, appunto. Rassegnazione.
Da Deledda a Morante: le scrittrici escluse dal canone d’esame
La letteratura italiana non è certo priva di scrittrici in grado di reggere una traccia d’esame. Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, ha raccontato la Sardegna e i suoi conflitti morali con una lingua ancora riconoscibile e studiata. Natalia Ginzburg ha attraversato famiglia, antifascismo, guerra e dopoguerra con uno sguardo limpido, spesso più incisivo di molte ricostruzioni storiche. Elsa Morante, con romanzi come L’isola di Arturo e La storia, occupa un posto importante nella narrativa europea del Novecento.

Un’aula vuota con libri e fogli d’esame richiama la prima prova di Maturità e il dibattito sulle autrici assenti.
E poi ci sono Matilde Serao, Anna Maria Ortese, Alda Merini, Patrizia Cavalli, Goliarda Sapienza: autrici diverse per lingua, epoca e stile, ma tutt’altro che laterali. Non sono nomi da nota a piè di pagina. Sono parte della cultura del Paese. Il fatto che non arrivino mai nella prova più simbolica della scuola italiana dice molto su come viene costruita la memoria letteraria comune.
Il messaggio agli studenti: quando l’assenza diventa normalità
Ogni esame di Maturità è anche un rito pubblico. Decide, almeno per un giorno, quali testi meritano attenzione, quali autori vengono consegnati a una generazione, quali pagine diventano terreno di confronto nazionale. Se in quel momento le autrici non compaiono mai, l’assenza finisce per sembrare normale. Le ragazze e i ragazzi imparano, anche senza che nessuno lo dica apertamente, che le voci considerate decisive sono quasi sempre maschili.
La spiegazione più frequente è nota: i programmi sono vasti, l’anno corre, al Novecento spesso si arriva tardi. Vero. Ma proprio per questo ogni scelta pesa di più. Se le scrittrici restano ciò che si affronta “se c’è tempo”, quel tempo rischia di non arrivare mai. E la Maturità, invece di correggere lo squilibrio, lo conferma. Dopo ventisette anni, parlare ancora di casualità è sempre più difficile. Forse è da qui che la scuola dovrebbe ripartire, prima della prossima busta, della prossima traccia, del prossimo silenzio.





