Molte Case della Comunità sono previste o già avviate, ma non sono ancora in grado di offrire servizi completi a cittadini fragili, anziani e pazienti cronici. Il punto, più che nei cantieri, è quello che succede dopo: medici, infermieri, specialisti, presa in carico. Senza queste presenze, la promessa di una sanità più vicina ai territori resta scritta sulla carta.
Case della Comunità, il divario tra cantieri aperti e servizi reali
Il monitoraggio Agenas sul DM77, riferito al secondo semestre 2025, mostra un ritardo che pesa soprattutto sul Mezzogiorno. In Italia risultano programmate 1.715 Case della Comunità: 1.404 inserite nei Contratti istituzionali di sviluppo del PNRR e 311 fuori dai CIS. Il traguardo minimo fissato dall’Europa entro giugno 2026 è di 1.038 strutture. Al 31 dicembre 2025, però, quelle con almeno un servizio attivo erano 781. Solo 66 dichiaravano di avere tutti i servizi obbligatori.
In Campania il quadro è ancora più debole: su 168 Case della Comunità programmate, appena 39 avevano almeno un servizio attivo. Una sola struttura dichiarava tutti i servizi obbligatori, ma nessuna risultava davvero in linea con gli standard ministeriali, compresa la presenza di medici e infermieri prevista dal DM77. È qui che si misura la distanza tra apertura formale e servizio reale. Perché una Casa della Comunità non dovrebbe essere solo un edificio nuovo o rimesso a posto, ma un presidio capace di garantire cure primarie, assistenza infermieristica, specialistica ambulatoriale, diagnostica di base, telemedicina e accesso guidato ai percorsi sociosanitari.
Medici e infermieri mancanti: il nodo che blocca la riforma territoriale
In Campania alcuni servizi risultano già partiti, almeno secondo i dati trasmessi: cure primarie in équipe multiprofessionale in 28 strutture, assistenza domiciliare in 34, servizi infermieristici in 36 e specialistica ambulatoriale in 36. Sono numeri che raccontano un avvio, non ancora una rete compiuta. Il problema emerge quando dalla singola prestazione si passa alla continuità delle cure, cioè alla capacità di seguire davvero una persona fragile prima che finisca in pronto soccorso.

Un edificio sanitario nuovo ma ancora vuoto, con cittadini in attesa: l’immagine richiama la sanità territoriale che fatica a diventare servizio.
Nelle strutture hub gli standard prevedono una presenza medica sulle 24 ore e infermieri in modo continuativo. Ma senza organici adeguati, una struttura resta aperta a metà. “Il tema non è solo inaugurare, ma far funzionare”, ripetono da tempo amministratori locali e operatori sanitari nei territori interni. Una frase semplice, quasi ovvia. Eppure descrive bene il rischio della Missione Salute: costruire muri senza riuscire a riempirli di professionisti. In un sistema che per anni ha scaricato la pressione su ospedali, reparti e pronto soccorso, riportare le cure sul territorio richiede personale stabile, programmazione e tempi certi.
COT quasi complete, Ospedali di Comunità al palo: il caso Bisaccia
Il quadro cambia quando si guardano le Centrali Operative Territoriali, le COT, nate per coordinare il passaggio tra ospedale, domicilio e servizi territoriali. In Campania ne risultano programmate 66 e pienamente funzionanti 63. Un dato che segnala un passo avanti molto più netto rispetto ad altri pezzi della riforma. Diversa la situazione degli Ospedali di Comunità: su 51 previsti nella regione, al secondo semestre 2025 ne risultava attivo uno solo, con 10 posti letto. Si trova a Bisaccia, nella Struttura Polifunzionale per la Salute dell’Asl di Avellino, ed è pensato per pazienti con patologie acute minori o croniche riacutizzate che non hanno bisogno di un ricovero ordinario, ma necessitano di continuità terapeutica e riabilitativa.
La degenza può arrivare fino a venti giorni. I pazienti possono arrivare da casa, su indicazione del medico di famiglia, da altre strutture territoriali o dal pronto soccorso. È il passaggio intermedio che dovrebbe evitare ricoveri impropri e dimissioni difficili da gestire a domicilio. In Irpinia, intanto, le prime Case della Comunità a Bisaccia e Montoro provano a dare forma a questa rete: la prima servirà oltre 57mila cittadini del Distretto sanitario di Sant’Angelo dei Lombardi, la seconda oltre 44mila nel Distretto di Atripalda.
Medicina generale tra burocrazia, riforma Schillaci e deserti sanitari nelle aree interne
Dentro questa fragilità si inserisce la riforma della medicina generale proposta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, ancora al centro del confronto. Il testo non cancellerebbe in blocco la convenzione, ma introdurrebbe un doppio binario: da una parte medici di famiglia liberi professionisti convenzionati, più integrati nelle Case della Comunità; dall’altra la possibilità, su base volontaria e per alcune funzioni, di diventare dipendenti del Servizio sanitario nazionale. I sindacati hanno già espresso timori sul rapporto di fiducia tra paziente e medico, sulla previdenza e sulla capacità della professione di attrarre i giovani.
Il dato di fondo resta pesante: l’Italia ha perso circa 7mila medici di famiglia negli ultimi dieci anni. A questo si aggiungono pratiche amministrative in aumento, piattaforme informatiche che non sempre comunicano tra loro e adempimenti da svolgere personalmente con credenziali proprie. Tutto tempo sottratto alle visite. Nelle aree interne, poi, la carenza si vede ancora di più: un medico deve spesso coprire più comuni, fare chilometri, tenere aperti ambulatori diversi. Per anziani e pazienti fragili significa attese, spostamenti, difficoltà concrete. Il PNRR ha disegnato una sanità più vicina ai cittadini. Ma la partita vera non sarà contare quante strutture apriranno entro giugno. Sarà capire quante sapranno curare davvero.





