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Turismo, l’Irpinia resta ai margini: Avellino tra le province meno visitate d’Italia

L'Istat parla chiaro: i dati del 2025 evidenziano come l’Irpinia è ancora tra le zone meno turistiche del Paese.

Escursionisti su sentiero in pietra verso un borgo collinare, con campanile e montagne verdi sullo sfondo
Cammino panoramico tra borghi e colline interne: l’immagine richiama il turismo lento e poco conosciuto dell’Irpinia.

La provincia di Avellino resta ai margini delle rotte turistiche italiane. Lo dicono i dati Istat 2025 diffusi nei giorni scorsi: l’Irpinia è ancora nella parte bassa della classifica nazionale per presenze turistiche. Un dato che riapre una domanda mai davvero chiusa: come si promuove un territorio che ha natura, fede, sport, borghi ed enogastronomia, ma fatica a presentarsi come una destinazione chiara e riconoscibile?

Istat 2025: Avellino nella top 10 delle province meno visitate

I numeri non lasciano molto spazio ai dubbi: Avellino è nella top 10 delle province meno visitate d’Italia. Accanto all’Irpinia compaiono altri territori interni come Benevento, Rieti, Isernia, Enna e Campobasso. Secondo le elaborazioni richiamate dagli operatori locali, l’ultima parte della graduatoria raccoglie appena lo 0,5% del movimento turistico nazionale. Una quota minima, soprattutto se messa a confronto con il peso complessivo del turismo in Italia.

Letto da amministratori e associazioni, il dato racconta una difficoltà che viene da lontano. L’Irpinia non riesce ancora a entrare con continuità nei percorsi dei viaggiatori, italiani e stranieri. Le attrazioni non mancano: ambiente, luoghi di culto, cucina, paesaggi. Manca, però, una cornice comune. “Il problema non è cosa abbiamo da offrire, ma come lo raccontiamo”, ha spiegato nei giorni scorsi l’associazione 7x, intervenuta con una lettera aperta ai candidati alla guida della Provincia.

C’è anche l’altro lato della medaglia. L’assenza dei grandi flussi ha tenuto lontano il rischio dell’overtourism, con effetti contenuti su traffico, servizi e qualità della vita dei residenti. Nei paesi dell’Alta Irpinia, nei fine settimana di primavera, la scena è spesso questa: pochi pullman, molte auto private, visitatori in cerca di cammini, laghi, santuari e trattorie. Un turismo piccolo. Ma non per questo senza futuro.

Il capoluogo arretra e pesa sui numeri dell’intero territorio

A pesare sul quadro generale è soprattutto il rendimento del capoluogo Avellino. La città non riesce ancora a diventare una porta d’ingresso stabile per il resto della provincia. Eppure avrebbe servizi, strutture ricettive e collegamenti migliori rispetto a molte aree interne. Ma la sua capacità di attrarre resta debole e finisce per tirare verso il basso anche i numeri provinciali.

Non è solo una questione di posti letto o di calendario degli eventi. Il nodo è l’identità. Negli ultimi anni Avellino è rimasta spesso fuori dai grandi circuiti turistici regionali, dominati da Napoli, Costiera Amalfitana, Cilento e Caserta. Non è riuscita a proporsi con forza come base da cui partire per scoprire vigneti, borghi, montagne e luoghi di culto dell’entroterra. Gli operatori lo ripetono da tempo: la promozione è discontinua, le iniziative non sempre parlano tra loro.

Sentiero panoramico con escursionisti e borgo collinare tra montagne verdi e strade tortuose

Un borgo dell’entroterra visto dall’alto, con sentiero e pochi escursionisti: l’immagine del turismo lento in Irpinia.

A Palazzo Caracciolo, sede della Provincia, il tema rientra ora nel confronto politico. L’appello di 7x va proprio in questa direzione: non bastano interventi isolati, né campagne legate solo alla stagione. Servono strumenti condivisi, una comunicazione digitale più chiara e un racconto capace di far capire subito dove si trova l’Irpinia e perché valga la pena raggiungerla.

Borghi in controtendenza: Bagnoli, Caposele, Serino e Mercogliano trainano l’accoglienza

Se il capoluogo arretra, una parte della provincia manda segnali diversi. Bagnoli Irpino, Caposele, Serino e Mercogliano restano punti forti dell’accoglienza irpina, grazie a un intreccio di turismo montano, religioso e naturalistico. Sono mete che continuano ad attirare visitatori nei periodi di maggiore movimento, dalle festività religiose ai fine settimana estivi.

A Bagnoli Irpino pesano ancora il richiamo del Laceno e dei percorsi nella natura, anche se i numeri non sono paragonabili a quelli di altre località appenniniche. Caposele, con il santuario di San Gerardo Maiella e il legame con le sorgenti del Sele, conserva una forte vocazione religiosa. Mercogliano, ai piedi del Partenio, guarda al santuario di Montevergine come a un simbolo identitario e turistico. Serino, invece, intercetta una domanda legata alla montagna, alla ristorazione e alla vicinanza con l’area salernitana.

Accanto alle mete più conosciute si fanno strada anche esperienze nuove. Volturara Irpina viene indicata come destinazione in crescita per chi cerca natura, spazi aperti e un ritmo lontano dalle città. Santo Stefano del Sole prova a ritagliarsi un posto con il turismo sportivo, puntando sulle attività all’aperto e sui gruppi organizzati. Sono segnali ancora parziali, certo. Ma indicano una strada possibile.

Brand Irpinia, sport e turismo lento: le leve per uscire dall’isolamento

La sfida, secondo associazioni e operatori, è costruire un vero brand Irpinia. Un marchio riconoscibile, capace di stare sui mercati turistici nazionali. Oggi il territorio appare ancora troppo diviso: il vino da una parte, i borghi dall’altra, i cammini religiosi altrove, gli eventi sportivi e culturali senza una guida stabile. Così il visitatore trova singole esperienze, ma fatica a vedere una destinazione unica.

Il ritorno dell’U.S. Avellino 1912 in Serie B viene letto anche come un’occasione di visibilità. Non risolve i problemi, ovviamente. Ma può offrire una vetrina nazionale a un territorio che cerca nuovi modi per farsi conoscere. La sponsorizzazione istituzionale avviata dalla Provincia va in questa direzione: legare il nome dell’Irpinia a un pubblico più ampio, anche fuori dai canali tradizionali del turismo.

Le carte sul tavolo sono già note: turismo lento, cammini, sport outdoor, enogastronomia, borghi storici, spiritualità, natura. Il punto è metterle insieme, con servizi adeguati e una comunicazione meno frammentata. Perché l’Irpinia, oggi, non deve inventarsi nuove attrazioni. Deve renderle visibili, accessibili e riconoscibili. Solo così il fondo della classifica potrà smettere di essere una fotografia che ritorna.

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