L’Unione europea ha vietato l’acquisto, l’importazione e il trasferimento di oro proveniente dal Sudan per ridurre, da Bruxelles, le fonti di finanziamento della guerra civile scoppiata nell’aprile 2023 tra l’esercito sudanese e le Rapid Support Forces, un conflitto che ha già costretto oltre 14 milioni di persone a lasciare le proprie case e che, secondo le agenzie umanitarie, sta spingendo il Paese verso una crisi alimentare sempre più grave.
Il divieto europeo sull’oro sudanese
La decisione è stata approvata dai ministri degli Esteri dell’Ue nell’ambito di un nuovo pacchetto di misure restrittive contro il Sudan. Il provvedimento impedisce a cittadini e imprese europee di comprare, importare o trasportare oro sudanese, una filiera che, secondo Bruxelles, è diventata una delle principali entrate economiche per gli attori armati coinvolti nel conflitto.
Nel comunicato diffuso dal Consiglio dell’Unione europea, l’oro viene definito “una fonte chiave di ricavi che sostiene il conflitto in Sudan”. Le nuove restrizioni, ha spiegato il Consiglio, puntano a “ridurre le risorse” a disposizione di chi alimenta la violenza e ad aumentare la pressione su reti, intermediari e gruppi che traggono profitto dalla guerra. Una formulazione netta, in un dossier che da mesi preoccupa le cancellerie europee.
Accanto al blocco sull’oro, l’Ue ha introdotto anche il divieto di esportare verso il Sudan mercurio e cianuro, sostanze utilizzate nelle attività di estrazione e lavorazione aurifera. Sono previste eccezioni per gli impieghi legati a finalità umanitarie e sanitarie, una clausola inserita per non ostacolare interventi essenziali in un Paese dove i servizi pubblici sono in larga parte collassati.
Miniere, milizie e rotte del contrabbando
Il Sudan è tra i maggiori produttori africani di oro e le sue riserve, ampie e difficili da controllare, sono finite al centro dell’economia di guerra. Secondo gruppi per i diritti umani, analisti e fonti delle Nazioni Unite, sia l’esercito regolare sia le Rapid Support Forces ricavano denaro dal settore minerario, attraverso il controllo diretto dei giacimenti, la tassazione informale o le reti di traffico.
La geografia del conflitto pesa molto. Le Rsf controllano gran parte delle aree aurifere nel Darfur e nel Kordofan, tra ovest e centro del Paese, mentre l’esercito mantiene una presenza più forte nelle regioni settentrionali e orientali. È una spartizione di fatto, instabile e violenta, che rende l’oro non solo una merce, ma anche uno strumento di potere sul territorio.
Secondo esperti delle Nazioni Unite e osservatori indipendenti, oltre la metà dell’oro sudanese — in alcune stime fino al 70% — uscirebbe ogni anno dal Paese attraverso canali illegali. Le rotte passano spesso dai Paesi vicini, tra cui Egitto, Ciad e Libia, prima di raggiungere mercati internazionali e centri di raffinazione. Tra questi, Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, è indicata da diversi analisti come uno snodo globale del commercio aurifero, anche se la tracciabilità resta uno dei nodi più difficili da sciogliere.
Una guerra che ha travolto i civili
La guerra in Sudan è iniziata nell’aprile 2023, quando la rivalità tra il capo dell’esercito, il generale Abdel Fattah al-Burhan, e il leader delle Rsf, Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, è esplosa in scontri aperti. Da allora i combattimenti hanno devastato Khartoum, il Darfur e altre aree del Paese, con accuse incrociate di massacri, violenze sui civili e attacchi contro infrastrutture essenziali.
Le conseguenze umanitarie sono enormi. Oltre 14 milioni di sfollati interni ed esterni rendono il Sudan una delle principali crisi di displacement al mondo, mentre le agenzie di aiuto stimano che più di 28 milioni di persone siano esposte a fame acuta. In molte zone, hanno denunciato le organizzazioni umanitarie, l’accesso ai convogli è ostacolato dai combattimenti, dai posti di blocco e dal collasso amministrativo.
“Le famiglie arrivano senza nulla, spesso dopo giorni di viaggio”, ha raccontato nei mesi scorsi un operatore umanitario impegnato al confine con il Ciad, descrivendo un flusso continuo di persone in fuga dal Darfur. Non è solo una questione di numeri. Dietro le cifre ci sono città svuotate, ospedali chiusi, mercati senza merci e scuole trasformate in rifugi temporanei.
I limiti delle sanzioni e la pressione internazionale
Le nuove misure europee ampliano un regime di sanzioni Ue sul Sudan già rivolto contro persone ed entità accusate di alimentare il conflitto. Bruxelles prova così a colpire non solo i comandanti e le strutture militari, ma anche il circuito economico che consente alla guerra di durare: miniere, intermediari, trasportatori, società di copertura. Il punto, però, resta l’applicazione concreta.
Diversi esperti avvertono che il solo divieto europeo potrebbe non bastare se i principali hub del commercio dell’oro e i Paesi di transito non rafforzeranno i controlli. L’oro è facile da fondere, mescolare, rivendere con documenti nuovi. Una volta uscito dal Sudan, ricostruirne l’origine diventa complesso, specie lungo rotte dove contrabbando, corruzione e assenza di controlli si sovrappongono.
La pressione internazionale, intanto, cresce anche sui Paesi accusati di sostenere indirettamente le parti in guerra. L’obiettivo dichiarato dell’Unione europea è restringere lo spazio economico di chi continua a trarre vantaggio dal conflitto. Ma la partita, ammettono fonti diplomatiche europee, non si gioca solo a Bruxelles: passa dai confini sudanesi, dai mercati regionali e dalle raffinerie che trasformano il metallo grezzo in oro pronto per i circuiti globali.





