Il senatore repubblicano Lindsey Graham, stretto alleato del presidente Donald Trump e figura centrale della politica estera americana, è morto sabato sera negli Stati Uniti all’età di 71 anni dopo una “malattia breve e improvvisa”, secondo quanto comunicato dal suo ufficio, che ha chiesto rispetto per la privacy della famiglia in queste ore.
Lindsey Graham morto a 71 anni, il comunicato dell’ufficio
La notizia della morte di Lindsey Graham è stata diffusa dal suo staff con una nota essenziale, poche righe, senza dettagli clinici: il senatore della South Carolina sarebbe deceduto nella serata di sabato dopo un malore definito “breve e improvviso”. La famiglia, si legge nel comunicato, ha chiesto riservatezza “in questo periodo incredibilmente difficile”, mentre a Washington le prime reazioni sono arrivate nel giro di pochi minuti.
Graham era rientrato da poco da Kyiv, dove venerdì aveva incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Secondo quanto riferito dalle fonti citate dal suo ufficio, prima del viaggio non erano emerse condizioni di salute note tali da destare preoccupazione. Un dettaglio che, in queste ore, ha reso ancora più brusca la notizia per collaboratori e colleghi del Congresso.
Il presidente Donald Trump, in un messaggio pubblicato sui social, lo ha ricordato come un “vero patriota americano”. Parole asciutte, ma dal peso politico evidente, perché Graham negli ultimi anni era diventato uno dei sostenitori più ascoltati del presidente repubblicano, dopo una lunga stagione di rapporti tesi, attacchi pubblici e riconciliazioni.
Dalla South Carolina al Senato, una voce forte sulla politica estera
Eletto al Senato degli Stati Uniti nel 2002, Lindsey Graham aveva costruito il proprio profilo politico soprattutto sui dossier internazionali, dalla guerra al terrorismo al sostegno agli alleati di Washington. In Campidoglio era considerato uno dei repubblicani più influenti in materia di sicurezza nazionale, capace di muoversi tra commissioni, missioni all’estero e trattative legislative con un’agenda spesso molto netta.
Graham aveva ricoperto anche l’incarico di presidente della Commissione Bilancio del Senato, ruolo che gli aveva dato ulteriore peso nella definizione delle priorità federali. Ma il suo nome, più che ai conti pubblici, è rimasto legato alle scelte militari e diplomatiche degli Stati Uniti: Afghanistan, Medio Oriente, Russia, Ucraina. Terreni sui quali interveniva spesso, con toni diretti, a volte ruvidi.
Sul suo sito ufficiale, il senatore rivendicava di aver sempre spinto per decisioni capaci di proteggere gli “interessi di sicurezza nazionale a lungo termine” degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo. Nel 2021 si era opposto al ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, definendolo un evento “triste e pericoloso” per la sicurezza americana. “I jihadisti di tutto il mondo stanno festeggiando”, aveva detto allora. “L’America sarà vista come debole”.
Il legame con l’Ucraina e il sostegno a Israele
Negli ultimi anni Lindsey Graham era stato tra i più convinti sostenitori dell’assistenza militare e finanziaria americana all’Ucraina, invasa dalla Russia nel febbraio 2022. Nel suo ultimo viaggio a Kyiv stava lavorando a una nuova versione di un disegno di legge sulle sanzioni contro Mosca, che, nelle sue parole, avrebbe dovuto dare a Trump “gli strumenti per porre fine a questa guerra”.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in un messaggio pubblicato sul proprio account ufficiale X, si è detto “profondamente rattristato” dalla morte del senatore. Graham, ha ricordato Zelensky, aveva visitato l’Ucraina dieci volte dall’inizio dell’invasione russa su larga scala ed era stato “con il nostro popolo quando ce n’era più bisogno”. Poi una frase dal tono personale: “L’America e il mondo hanno perso un leader determinato”.
Anche da Israele sono arrivati messaggi di cordoglio. Il premier Benjamin Netanyahu ha affermato che “Lindsey capiva che la sicurezza di Israele e quella dell’America sono inseparabili”, aggiungendo che il Paese ha perso “uno dei suoi più grandi amici”. Graham, infatti, era da tempo considerato a Washington un sostenitore fermo dello Stato ebraico, sia sul piano militare sia su quello diplomatico.
Il rapporto complicato con Trump, dagli attacchi all’alleanza
Il rapporto tra Graham e Donald Trump era iniziato nel segno dello scontro. Nel 2015, durante la corsa alle primarie repubblicane, Graham aveva definito Trump alla Cnn “un fomentatore razziale, xenofobo e bigotto religioso”. L’anno dopo, in piena campagna elettorale, aveva scritto sui social: “Se nominiamo Trump, saremo distrutti… e ce lo meriteremo”.
Anche dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, Graham aveva preso le distanze dal presidente uscente. In un intervento al Senato pronunciò una frase rimasta impressa: “Trump e io abbiamo fatto un viaggio infernale. Mi dispiace che finisca così”. Poi aggiunse: “Contatemi fuori. Basta così”. Sembrava una rottura netta. Non lo fu.
Pochi mesi dopo, Graham votò contro la condanna di Trump nel processo di impeachment del 2021 e, col passare del tempo, tornò tra i suoi sostenitori più fedeli. Nel 2023, parlando con la Bbc, ammise: “C’è un lato oscuro in Donald Trump… ed è stato un ottimo presidente. Ma resto con lui perché ho visto quello che ha fatto”. Citò il confine meridionale, l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani e la nomina di giudici conservatori.
La sua traiettoria politica, piena di svolte e frizioni, racconta una parte del Partito repubblicano degli ultimi vent’anni: interventista, duro sulla sicurezza, poi sempre più legato all’era trumpiana. Con la morte di Lindsey Graham, il Senato perde una voce riconoscibile, spesso divisiva, ma difficilmente marginale.





