Panorama

Usa e Iran si colpiscono ancora dopo che Trump dichiara finito il cessate il fuoco

Petroliera in primo piano con piccola nave militare di pattugliamento e cargo lontano in mare tra foschia e montagne
Una petroliera attraversa acque velate di foschia con una pattuglia navale in lontananza, immagine legata alle tensioni nello Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti e l’Iran si sono scambiati nuovi attacchi nella notte tra l’8 e il 9 luglio, tra il Golfo Persico e la costa meridionale iraniana, dopo che Donald Trump ha dichiarato “finito” il cessate il fuoco firmato a giugno, mentre cresce la tensione attorno allo Stretto di Hormuz, passaggio decisivo per il traffico energetico mondiale.

Nuovi raid Usa sull’Iran, Teheran parla di 14 morti

Il Comando centrale americano, il Centcom, ha dichiarato di aver colpito circa 90 obiettivi militari iraniani, alcuni dei quali lungo la costa e in prossimità dello Stretto di Hormuz. Secondo la nota diffusa dall’esercito statunitense, i raid avevano l’obiettivo di “ridurre ulteriormente la capacità dell’Iran di attaccare navi commerciali e marinai civili innocenti” in una delle rotte marittime più delicate al mondo.

Da Teheran, però, è arrivata una versione molto diversa. Il ministero della Salute iraniano ha riferito che, negli attacchi condotti tra l’8 e il 9 luglio in cinque province, sono morte 14 persone e altre 78 sono rimaste ferite; 47, ha spiegato il portavoce Hossein Kermanpour, risultano ancora ricoverate. Il ministero degli Esteri iraniano ha definito i raid “un grave crimine di guerra”, sostenendo che siano state colpite anche infrastrutture civili, tra cui ponti ferroviari e una linea che collega Teheran a Mashhad, città dove è previsto il funerale della guida suprema Ali Khamenei.

Le esplosioni sono state segnalate in più punti della costa iraniana. La tv di Stato ha parlato di otto detonazioni a Bandar Abbas, di missili sui porti di Sirik e Jask, e di proiettili caduti sull’isola di Abu Musa, contesa da anni tra Iran ed Emirati Arabi Uniti. A Chabahar, secondo l’agenzia Isna, si sono registrati blackout temporanei: due linee elettriche su tre sarebbero state ripristinate in tempi brevi.

La risposta iraniana colpisce il Golfo: allarmi in Kuwait, Bahrain e Qatar

La replica di Teheran è arrivata nel giro di poche ore. I Guardiani della rivoluzione, l’Irgc, hanno confermato attacchi contro basi militari statunitensi in Kuwait e Bahrain, definendoli “la prima fase della risposta punitiva contro i violatori americani degli accordi”. In Bahrain, nella capitale Manama, sono state udite esplosioni; il Kuwait ha dichiarato di aver intercettato missili e droni, mentre il Qatar ha emesso un’allerta di sicurezza.

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che è anche negoziatore capo nei colloqui con Washington, ha scritto su X che gli Stati Uniti “non hanno ancora imparato che il bullismo e la rottura delle promesse non sono più senza costo”. Poi la frase più diretta: “Se colpisci, verrai colpito”. Ghalibaf ha aggiunto che lo Stretto di Hormuz potrà restare aperto solo “secondo disposizioni iraniane”, non sotto “minacce americane”.

Il linguaggio, in queste ore, è tornato ruvido. Il presidente americano Donald Trump, parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha detto che l’Iran avrebbe “chiamato poco fa” e vorrebbe “così tanto” un accordo. Subito dopo, però, ha frenato: “Non so se siano degni di fare un accordo, non so se lo rispetteranno, questo è il problema”. E sul cessate il fuoco firmato il 17 giugno ha tagliato corto: “È finito”.

Navi in calo nello Stretto di Hormuz, timori per traffici e marinai

La nuova escalation si sta già riflettendo sul traffico navale. Phil Belcher, direttore marittimo di Intertanko, organizzazione internazionale che rappresenta armatori indipendenti di petroliere, ha spiegato alla Bbc che il numero di navi in transito lungo la rotta meridionale dello Stretto di Hormuz è sceso a “cifre singole” durante la notte. Una settimana fa, ha ricordato, erano circa 70 al giorno; prima dell’inizio della guerra con l’Iran, la media era attorno a 130 navi quotidiane.

Il passaggio meridionale, mantenuto al largo della costa dell’Oman con presenza americana, ha visto dunque un calo netto. Sulla rotta settentrionale, sotto controllo iraniano, sarebbero transitate circa 20 imbarcazioni. “C’era stata un’ondata di ottimismo dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti”, ha confidato Belcher, “ma questo ciclo di violenza, di notizie positive e negative, sta avendo un impatto enorme sulle attività e sugli stessi marittimi”.

Lo Stretto di Hormuz resta una strozzatura decisiva per petrolio e gas liquefatto diretti verso i mercati asiatici ed europei. Per questo ogni attacco, anche quando non colpisce direttamente una nave commerciale, cambia i calcoli di compagnie assicurative, armatori e capitani. In mare, ha spiegato una fonte del settore citata dai media britannici, “la prudenza arriva prima dei contratti”. Ed è spesso la prudenza a rallentare tutto.

Il memorandum di giugno ormai in bilico

L’intesa tra Washington e Teheran, firmata il 17 giugno, prevedeva quattordici punti: una tregua di 60 giorni, il proseguimento dei negoziati, il passaggio sicuro delle navi nello Stretto di Hormuz e l’alleggerimento delle sanzioni americane contro l’Iran. Quel periodo non è ancora scaduto, ma Trump ha definito nuovi colloqui “una perdita di tempo”. Parole che, in diplomazia, pesano quanto un atto formale.

Non è la prima violazione della tregua. Il 26 giugno gli Stati Uniti avevano già colpito obiettivi iraniani dopo che un proiettile attribuito a Teheran aveva raggiunto una nave cargo nello Stretto; il giorno successivo erano seguiti nuovi raid, dopo un attacco a una petroliera. Alla fine del mese, le due parti avevano accettato di “fermarsi”. Solo allora sembrava aprirsi uno spiraglio.

Ora lo scenario è di nuovo aperto e più instabile. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, rispondendo alle parole offensive di Trump, ha scritto su X: “Non rispondiamo alla volgarità con la volgarità, ma con l’azione”. Una frase che a Teheran suona come linea politica, non solo come replica. E nel Golfo, intanto, radar e difese aeree restano accesi.

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