Capozzi: «L’anti-Covid è la nostra coscienza»


Uno dei farmacisti della città, molto attivo sui social, avverte: «Proviamo a riempire i vuoti comunicativi per informare la gente. Il tracciamento è saltato già da un mese»

Il farmacista Carmine Capozzi, 42 anni

Nei lunghi mesi di emergenza Covid si è ritagliato un ruolo di primo piano la Farmacia Capozzi di via Aversa, dal 1947 un riferimento storico della città. Abbiamo sentito Carmine Capozzi, protagonista di una interessante campagna social. 

La pagina facebook della farmacia è diventata in questi mesi un punto di riferimento per la cittadinanza, e non solo. Che ruolo è il vostro in questo momento?

Le farmacie nel paese hanno un ruolo centrale che non si riesce a immaginare. La prima ondata di marzo-aprile non ci ha nemmeno sfiorato per fortuna, c’è stata una percezione diversa di quello che accade adesso, c’era terrore ma con un ventesimo dei casi attuali. Qualcuno ha anche detto che noi avremmo dovuto operare a porte chiuse, ma le persone a chi devono rivolgersi per un confronto immediato? Riusciamo ad avere il polso sul territorio e di fatto siamo stati in grado di individuare tempestivamente diversi casi di positivi.

Ora che i casi salgono esponenzialmente, viviamo delle restrizioni nazionali per zone territoriali diverse. Non è un paradosso?

Col senno di poi, il lockdown almeno al sud potevamo evitarlo tranquillamente, ma nessuno sapeva cosa fare. È stata una prova durissima, la paura era ed è ancora a macchia di leopardo, tra chi viveva già delle angosce e ansie personali, di salute, di lavoro, e chi minimizza nascondendosi dietro il dato degli asintomatici.

Che ruolo svolgono i social in questo contesto? Dove nasce l’idea degli aggiornamenti Covid a nome della farmacia?

Se non capisci i social non capisci la gente. I sentimenti espressi sui social li ritrovi anche dal vivo, a me piace dibattere senza retorica. Ho pensato, c’è una realtà che non riusciamo a decifrare, faccio un passo oltre il mio profilo e cerco di spiegare le cose il più oggettivamente possibile. Per questo la pagina della farmacia è diventato un luogo di informazione, senza immaginare quanto potesse diventare importante per la gente.

Come è iniziato?

Con qualche bollettino legato ai numeri dei casi, poi ho cominciato a seguire pagine autorevoli di statistica medica e diverse rassegne stampa specializzate, perché la scrittura dei post doveva essere oggettiva e inoppugnabile. Non doveva essere l’opinione di Carmine, ma uno studio fatto sulla realtà sanitaria.

E nei mesi successivi?

Per reazione, nessuno voleva sentirne più parlare. Più che i bollettini mi sono concentrato a smontare le teorie assurde di chi negava il virus. Ora siamo passati al “tanto sono tutti asintomatici”. C’è molto da fare, abbiamo sei mesi di inverno davanti.

Ora com’è la situazione?

Abbiamo avuto e continuiamo a ricevere centinaia di messaggi da tutta Italia, dalla Calabria, alla Puglia al Veneto. All’inizio ci sembrava strano, in realtà è l’espressione di un’esigenza. 

Ti riferisci al vuoto comunicativo?

Assolutamente, la comunicazione è il problema principale. Oggi è così, se fai una cosa e non la dici o la spieghi equivale a non averla fatta. Questo vale per la nostra amministrazione comunale – per tutto, non solo per il Covid – come per tutte le istituzioni. 

Qualcuno ha storto il naso affibbiandovi un eccesso di protagonismo…

Ognuno è libero di pensarla come vuole, figurarsi. Certo noi non siamo una fonte ufficiale, ma abbiamo acquisito autorevolezza senza avere autorità. Perché? Perché abbiamo provato a sviscerare i punti d’ombra, prima per passione e poi per responsabilità civile prima che professionale. E le persone ci ringraziano per questo, è importante in un momento del genere, con empatia ma senza perdere lucidità.

Al di là dei bollettini ufficiali, quanti casi ci sono ad Atripalda? Come bisogna leggere questi numeri visto che il tracciamento è saltato?

Siamo plausibilmente a ridosso dei 200 casi. Il tracciamento purtroppo è saltato già da un mese, per questo la prima barriera alla diffusione ora più che mai è la coscienza personale, informando i propri medici e le istituzioni per tempo. Stiamo attenti, è inutile fare la caccia alle streghe quando veniamo a sapere di un positivo, non aiuta a ricucire un senso di comunità già precario.

Marco Monetta



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