Sabino Narciso: la politica come passione

 

Il mio primo ricordo “politico” di Sabino Matteotti Narciso risale a molti anni fa: nella vecchia sezione socialista di rampa San Pasquale, la domenica mattina avveniva la diffusione dell’“Avanti!”: egli, seduto dietro la scrivania, in un ambiente semplice, quasi scarno, consegnava la copia del quotidiano ai militanti, in una sorta di rituale laico. Del PSI atripaldese, egli finì ben presto per divenire una sorta di nome tutelare, o, se si preferisce, di personaggio eponimo: un’identificazione dovuta non solo alle ridotte dimensioni elettorali di questo partito ad Atripalda, ma anche e soprattutto ad un impegno, il suo, pieno,  integrale e, soprattutto, disinteressato. Socialista autonomista, grande estimatore di Pietro Nenni, ha cercato di immettere nel suo impegno politico-amministrativo la parte migliore del patrimonio culturale del riformismo socialista, avendo sempre quale stella polare non mere suggestioni personali, ma il miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti, e in particolare dei bambini, verso i quali si protendeva il suo impegno di educatore. È in questo contesto che si collocano proposte come la ludoteca comunale (riguardo alla quale mi pare che il tempo abbia finito per dargli ragione) e quella, che appare forse oggi più datata, della colonia montana per l’infanzia. Se è vero che la parte più cospicua della sua parabola politica si colloca all’interno della stagione del centro-sinistra, peraltro vissuto in modo mai acritico e spesso conflittuale, è anche vero che Narciso ha guardato sempre con attenzione a quanto si muoveva alla sua sinistra, non cedendo mai alle sirene dell’anticomunismo, ma ricercando tutti gli spazi possibili per la costruzione dell’alternativa. Ricordo in particolare l’esperienza delle amministrazioni di sinistra e civiche del periodo 1989-93, che difendemmo strenuamente dagli attacchi, dovuti ad  ambizioni personali poi miseramente naufragate, di chi intendeva riapprodare ai vecchi lidi della collaborazione con la DC. Risale a quel periodo anche un piccolo, comune gesto di dissidenza, oggi si direbbe di disobbedienza: la pubblicazione di un manifesto in cui, discostandoci dalla posizione ufficiale della sezione, ci schieravamo in favore della prosecuzione dell’alleanza fra PCI, PSI e lista civica di Piscopo. Poi le nostre strade si sono divise, mai contrapposte. Mai negli anni successivi, soprattutto nel corso del mandato consiliare da me ricoperto in qualità di rappresentante di Rifondazione Comunista, mi ha fatto mancare il suo incoraggiamento, in qualche caso i suoi suggerimenti. La sua parabola politica si è conclusa, prima ancora del sopraggiungere dei malanni fisici, a causa del dissolversi del Partito Socialista, (che pure nella nostra città non gli aveva risparmiato amarezze, soprattutto in seguito all’emerger, negli anni ’80, di un nuovo gruppo dirigente): con la scomparsa del PSI era infatti venuto meno il suo mondo, e per lui sarebbe stato inconcepibile militare in altre formazioni politiche, comprese quelle della diaspora socialista. Lo incontravo spesso nell’edicola di piazza Umberto I, con l’inseparabile “Avanti!” sotto il braccio. Il suo pluridecennale percorso politico non è mai stato coronato dall’elezione alla carica di primo cittadino, alla quale pure andò vicino in più di una circostanza. Sono convinto che sarebbe stato un buon sindaco. Ma, d’altra parte, non è necessario ricoprire cariche di vertice per lasciare una traccia nel contesto in cui si è agito, quando si esegue il proprio compito in funzione dell’interesse collettivo e del progresso della propria comunità. E il compagno Sabino Matteotti Narciso questa traccia, una traccia significativa, l’ha lasciata senz’altro.

Luigi Caputo